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Uzbekistan “Antiche rotte, spirito moderno.”

Parto da Roma, quando la città è ancora sospesa tra sogno e realtà. Il rombo della moto rimbalza sui palazzi silenziosi mentre attraverso strade che conosco a memoria. Non c’è traffico, solo io e una promessa: quaranta giorni da solo, una linea tracciata tra mondi diversi, tra Europa e Asia, tra casa e ignoto. La strada verso Brindisi è una lunga introduzione. L’Italia scivola via tra campi dorati, autostrade dritte e soste brevi nei bar dove il caffè ha sempre lo stesso sapore rassicurante. Ma dentro sento già il distacco: ogni chilometro è un filo che si allenta. A Brindisi, il mare mi aspetta. Imbarco la moto sul traghetto e, mentre la costa si allontana, capisco che il viaggio è davvero iniziato. Igoumenitza mi accoglie con l’odore salmastro e una luce diversa. La Grecia è ruvida e sincera, e la strada verso nord diventa più selvaggia.

Attraverso montagne e villaggi dove il tempo sembra essersi fermato, fino a Xanti, dove l’Europa comincia già a cambiare volto. Poi Terkos, alle porte di Istanbul: il traffico aumenta, il caos cresce, e io mi sento piccolo ma incredibilmente vivo.Entrare in Turchia è come attraversare una soglia invisibile. Da Cankiri a Trabzon, il paesaggio si trasforma continuamente: altipiani, foreste, il Mar Nero sempre accanto come un compagno silenzioso. A volte guido per ore senza incontrare nessuno. In quei momenti, il rumore del motore diventa una specie di meditazione.Poi arriva la Georgia. Kutaisi è verde, morbida, accogliente. Mi fermo più del previsto, come se il viaggio avesse bisogno di rallentare. Ma il richiamo della strada è più forte.. Attraverso il Caucaso fino a Vladikavkaz, dove le montagne sembrano custodire segreti antichi.

In Russia, tutto si fa più vasto. Elista, Astrakhan: nomi che prima erano solo punti su una mappa ora diventano realtà polverose, cieli immensi, strade infinite. Il vento qui non è una carezza, è una presenza costante che ti spinge, ti sfida.Attraversare in Kazakistan è come entrare in un altro pianeta. Atyrau, Beyneu: distanze enormi, silenzi profondi. La solitudine qui è totale. A volte mi fermo, spengo la moto, e non sento nulla. Nessun suono umano. Solo il vento e il battito del mio cuore.In Uzbekistan il viaggio cambia ancora. Khiva mi appare come un miraggio: mura, torri, colori caldi. Bukhara è storia pura, Tashkent è movimento e contrasti. A Fergana respiro un’aria più intima, più lenta. Samarcanda mi lascia senza parole: ogni strada sembra raccontare qualcosa di antico e grandioso.A Shahrisabz e Urgench il tempo si dilata.

Comincio a sentire il peso dei chilometri, ma anche una strana leggerezza. Non sono più la stessa persona che è partita.Il ritorno è una lunga spirale verso casa. Groznyj, Erzurum, Bolu: nomi che scorrono come un rosario di asfalto. Istanbul mi travolge di nuovo, ma questa volta la guardo con occhi diversi. Non è più un confine, è un passaggio.Torno in Grecia, a Igoumenitza, e poi il mare di nuovo. Bari mi riporta in Italia, ma non è un ritorno completo. Quando finalmente rientro a Roma, quaranta giorni dopo, parcheggio la moto nello stesso punto da cui ero partito.Spengo il motore.Il silenzio è lo stesso, ma io no.E capisco che il vero viaggio non è stato attraversare paesi, ma attraversare me stesso.

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