
Parto da Roma all’alba, con il motore che rompe il silenzio di una città ancora addormentata. Ho tutto caricato sulla moto, ma la sensazione è di non avere niente di sicuro davanti. Solo strada.
Arrivo a Brindisi stanco ma lucido, e mentre il traghetto si allontana sento che sto davvero lasciando qualcosa. A Igoumenitsa l’aria è diversa, più leggera. Attraverso la Grecia e poi entro in Turchia, dove i colori si fanno più caldi e le strade meno prevedibili. Quando raggiungo Trabzon, sul Mar Nero, capisco che l’Europa è ormai alle spalle.
Nel passaggio verso il Caucaso, tra Kutaisi e Vladikavkaz, la strada si arrampica tra montagne enormi. Guidare lì è quasi meditazione: ogni curva ti costringe a essere presente, ogni panorama ti zittisce.

Poi inizia la Russia vera. Le distanze si allungano, i giorni diventano ripetitivi e intensi. Attraverso città come Volgograd e Ufa, ma spesso ricordo di più le ore in mezzo al nulla che le soste. La solitudine non è pesante come pensavo: diventa compagnia.
Supero Omsk e arrivo fino a Novosibirsk, cambiato nel ritmo. Non guardo più quanti chilometri mancano, ma quanto tempo ho davanti. Nell’Altai, Gorno-Altai, rallento davvero. Montagne, fiumi, silenzio: è uno dei pochi momenti in cui mi sento completamente fermo, anche se sto viaggiando.
L’ingresso in Mongolia è un salto netto. A Ölgii finisce l’idea di strada come la conoscevo. Ci sono piste, tracce, intuizioni. Attraverso paesaggi immensi fino a Ulaanbaatar, dove il traffico sembra quasi irreale dopo giorni nel nulla. Dormo spesso all’aperto, sotto cieli pieni di stelle che non avevo mai visto così.

Quando rientro in Russia e raggiungo Irkutsk, il lago Baikal mi accoglie con una calma profonda. Mi fermo più del previsto. Ho bisogno di stare fermo, di capire cosa sta succedendo dentro di me.
Il ritorno è diverso. Passo da Moscow, poi rientro in Europa attraverso città ordinate come Vienna. Tutto funziona, tutto è preciso… ma io mi sento fuori posto.
Gli ultimi chilometri verso Roma sono i più strani. Riconosco ogni curva, ogni cartello, ma non mi sembrano più gli stessi.
Quando spengo il motore, resta il silenzio.
Non è vuoto. È pieno di tutto quello che ho visto, di tutte le strade fatte da solo.
E capisco che il viaggio non è finito davvero.Ha solo smesso di avere una direzione.

Uzbekistan

Senegal

Tunisia

Islanda
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